Adieu Rosarno! Uno scritto di Jean Pierre Piessou

Giovedì, 14 gennaio 2010
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Adieu Rosarno! Uno scritto di Jean Pierre Piessou
Sulle vicende di Rosarno pubblichiamo le riflessioni di Jean Pierre Piessou, operatore dell'Anolf di Verona (dove abita) e mediatore culturale. Jean Pierre, 42 anni di cui quasi la metà vissuti in Italia, è originario del Togo. Si è laureato in Teologia e Filosofia all'Università Lateranense di Roma e ha lavorato anche come libraio.

ADIEU ROSARNO !

Jean-Pierre Piessou

Il titolo di questo mio breve scritto non potrebbe essere diversamente. Adieu.
E' una considerazione ma anche un triste saluto che io e i miei connazionali e co-continentali africani indirizziamo a questo luogo, a questo topos dell'Italia del Sud che è Rosarno. Un saluto triste ma sentito dal profondo del cuore colmo di dolore dopo tre giorni di rivolta e di battaglia. Ma non esiste solo Rosarno in Calabria. Ci sono altri luoghi calpestati dai piedi e soprattutto dalle mani dei cittadini africani giunti in Calabria per bisogno, necessità e persecuzione. Ne cito alcuni di questi luoghi che ho avuto modo di conoscere negli anni '97, 98 e 99 quando andavo a trovare il mio carissimo amico vescovo, mons. Giancarlo Maria Bregantini allora vesco di Locri. Eccoli: Gioia Tauro, Siderno, Caulonia, Crotone, Reggio, Sant'Ilario, Paola, Vibo Valentia, Seminara Calabra, Badolato, Locride, Val di Lungro e Piana degli albanesi. Molti dei cittadini africani sono giunti in questi posti soprattutto per motivo di lavoro: raccolta di frutti (arance, mandarini, pompelmi ecc..) e di verdura. Provengono da altre zone del Sud, da Caserta, da Castelvolturno, ma anche dal nord Italia, da Verona, Milano e da Vicenza lasciando alle spalle le loro attività lavorative che non potevano piu' fare per motivi della crisi. Altri invece sono giunti in questo profondo sud dell'Italia dopo lunghi periodi trascorsi nei Cpi o Cpt, i cosiddetti centri di accoglienza che con l' accoglienza non hanno niente a che fare. Chiamiamo le cose con il loro nome. I cpt sono centri di detenzione e di esclusione sociale. Quello che non viene detto in questi giorni dai tg e dalla carta stampata è che tanti di questi cittadini immigrati africani che provengono prevalentemente dalla Costa d'Avorio, dal Ghana, dal Sudan, dalla Nigeria, dal Togo e dalla Liberia hanno convissuto per anni con dei cittadini polacchi, romeni, fino a che questi ultimi sono entrati a fare parte dell'Unione Europea diventando di fatto dei regolari, mentre gli africani, la maggior parte è rimasta irregolare per quanto riguarda il permesso di soggiorno. Avevano già più di un anno fa manifestato silenziosamente ,per chiedere che la loro situazione venisse sanata e regolarizzata alla pari dei loro amici lavoratori neocomunitari, rumeni, bulgari e polacchi. Il loro appello era caduto nel vuoto e nell'indifferenza di tutti gli amministratori e del governo e quindi del ministero degli Interni che ha la delega dell'immigrazione. Il loro appello e la loro richiesta sono caduti nell'oblio totale dei partiti politici di ogni schieramento. Non avevano chiesto di rimanere nelle condizioni in cui si sono trovati, ovverosia irregolare, senza documenti, senza acqua, luce, gas e cibo. Si sono trovati a vivere questi problemi per il rifiuto e il silenzio che ha segnato loro la pelle disegnando nelle loro mani dei calli e delle ferite inconfondibili. Alcuni di questi immigrati sono stati scelti e preparati dai "boss" ad essere dei caporali efferati. Si partiva a lavorare presto alla mattina, più precisamente alle 4 e si tornava tardi, quando già era buio. Non esistevano giorni di riposo o di festa da onorare. Il guadagno era di 20 o di 25 euro al giorno meno 2 o 3 euro da dare al passeur come viene chiamato chi mette in contatto il lavoratore bracciante con il caporale.
Le baracche erano dei rifugi di fortuna spesso vicini ai terreni coltivati, perché cosi' si evitava di pagare i trasporti dei caporali e degli autisti sub-comandanti complici a ai manovratori e ai gestori di questa manodopera abbondante e poco esigente. Per questi immigrati non era solo una situazione di degrado ambientale, ma anche e soprattutto una situazione disumana sotto il profilo umano ed esistenziale. Ricordo a chi ci legge che una situazione simile se non identica era stata fatta emergere dagli immigrati africani a Castelvolturno nel 2008, dove 6 degli immigrati tra coloro che protestavano furono trucidati dai mafiosi. Provenivano dal Ghana, dal Togo e dalla Nigeria. I corpi sono rimasti per molti mesi nelle celle mortuarie prima che venissero trasportati nei rispettivi paesi d'origine per le esequie e per un rito funebre dignitoso, degno di questo nome. Dopo l'uccisione di questi immigrati e la loro rivolta contro questi gruppi mafiosi che li avevano attaccati, la reazione dell'opinione pubblica italiana ed europea fu di indignazione e di tristezza per quello che era accaduto, il mondo politico compreso il ministro Maroni non ha fatto altro che inviare dei militari e dei poliziotti sul posto, nulla di più. Ad oggi non sappiamo piu' nulla. Rimane solo il ricordo anche visivo di quei volti e di quelle voci strazianti che manifestavano ribellandosi al potere criminale che li aveva fatti passare come " spacciatori di droga". Un bel modo per macchiare questi rivoltosi ed insabbiare tutto quello che c'era sotto ovvero lo sfruttamento, il maltrattamento, il razzismo legato al colore della pelle che oggi riemerge dall'affaire Rosarno. Allora si parlava di un caso isolato della Campania, oggi si parla del caso dei clandestini, degli irregolari da "tolleranza zero" dimenticandosi dei loro nomi, dei loro volti e anche delle fatiche del loro lavoro di raccolte di verdura e di frutta che arriva sul nostro tavolo e soprattutto delle loro grida per molti anni inascoltate. Ma in questi giorni, questi frutti insanguinati di Rosarno arrivano sul nostro tavolo insieme alle immagini televisive di racconti e di grido di dolore inconfondibile ed eloquente.
Adieu Rosarno! come mi dice oggi nel mio ufficio monsieur Guy della Costa D'Avorio che è passato anche lui da quell'inferno di Goia Tauro prima e da Foggia dopo. Ma la domanda che molti si pongono dopo aver visto qualche giorno prima le immagini delle baracche e dopo aver assistito alla ripresa televisiva di quello che tranquillamente potremo definire la battaglia di Rosarno è questa: come è potuto accadere tutto questo in Italia? Come sia possibile che migliaia di esseri umani abbiano potuto vivere per molti anni in quella condizione disumana e di palese situazione di sopruso e di sfruttamento? Ma è possibile che nessuno abbia avuto il coraggio di parlarne, di denunciare questa situazione e di sottolinearne la pericolosità nonché la miscela esplosiva che ci stava sotto? Di chi e di chi è la responsabilità...? Ieri in una intervista al programma "Mezzora di Rai tre" l'intellettuale e scrittore Mangano Antonello, autore di "Gli africani salveranno Rosarno", pubblicato un anno fa, sottolineava fortemente il fatto che questi africani di Rosarno e dintorni avevano già tentato la prima rivolta lo scorso anno contro i loro sfruttatori, ma nessuno ne aveva parlato. Questa volta la rivolta è scoppiata dopo che si era diffuso in mezzo agli africani la voce che due loro connazionali erano stati gambizzati dagli sconosciuti. Di notte tutti si sono alzati al grido che il "nostro sangue non deve bagnare il suolo di Rosarno calabro". C'era lo spettro di quello che era accaduto un anno fa ai sei africani morti a Castelvolturno vicino a Caserta. Ho chiesto ad alcuni immigrati se conoscevano degli immigrati che vivono in questa zona d'Italia. Affermativa è la loro risposta. Ho saputo da loro e da altre fonti esperienziali che alcuni immigrati di Rosarno provengono da Napoli negli anni novanta, dopo la distruzione di Villa Literno per mano maldestra e infine da Castelvolturno dove erano stati già cacciati e portati via di peso lo scorso anno dalla polizia e dagli agenti, altri sono scesi dal Nord Italia dove avevano perso il lavoro per effetto della crisi. Questi ultimi erano regolari, titolari di permesso o di carta di soggiorno. Sono a Rosarno, a Gioia Tauro, a Seminara calabra, a Vibo Valentia in questi tempi per la stagione della raccolta di arance e di mandarini in attesa di risalire al nord appena si apre qualche possibilità di lavoro piu' sicuro e più stabile. Sono tutti degli uomini neri questi braccianti agricoli con una forte esperienza di lavoro nei campi con delle esperienze acquisite in Africa dove tutta l'economia è fondata sull'agricoltura e l'allevamento di bovini. In altre zone della Calabria, della Campania e della Puglia ci sono invece dei lavoratori immigrati, ma musulmani provenienti dal Marocco, dalla Tunisia e dall'Iraq. Li chiamano immigrati "bianchi", si dice che fanno meno paura dei neri. A loro è riservato un trattamento diverso rispetto agli africani.
Tornando alla questione della responsabilità, possiamo dire innanzitutto che tutte le persone del luogo, compresi gli amministratori locali e i sindacati ,sapevano dell'esistenza di questi cittadini africani come sapevano dell'esistenza dei caporali-controllatori del fenomeno dello sfruttamento. Ma non da oggi. Sapevano in che condizioni vivevano. Ad una delle riunioni dell'Anolf nel 2007 il mio collega dell'Anolf di Reggio Valentin Munanga Muguza parlando del decreto flussi che da li a poco sarebbe stato pubblicato accenno' alla possibilità di regolarizzare i braccianti.
Alcune associazioni come MSF, Medécins sans Frontières avevano denunciato con video e documenti fotografici questa orribile situazione. Alcuni di questi dossiers fotografici e videogrfici sono stati proiettati a Verona da Msf in collaborazione la Fai-Cisl e l'Anolf di Verona a Corte Molon. Altri video li abbiamo proiettati con Msf di Verona ai cittadini immigrati lo scorso mese di maggio 2009 presso la nostra sede Cisl in Lungadige Galtarossa rimarcando ancora una volta le tristi e disumane condizioni in cui vivono questi immigrati braccianti, delle braccia appunto e non gli uomini. Per quanto riguarda le cifre: qualcuno dice che tutti sono senza documenti e che sarebbero attorno a 2.500 persone. Cifre sparate. Non ci è dato di sapere quanti sono esattamente. In tali situazioni dove non c'è la possibilità di regolarizzazione e di emersione dal lavoro "nero" come avevano incessantemente chiesto e a voce alta nei mesi di agosto e settembre 2009, nel periodo del decreto, ma senza essere ascoltati, non è mai possibile quantificare le presenze. Una cosa è certa: sono neri e provengono dall'Africa subsahariana, alcuni di loro sono passati per Lampedusa via Tripoli (Libia), altri da Castelvolturno (Na), da Caserta, altri ancora da Foggia, da Eboli e altri ancora provengono dal Nord Italia. Un' altra cosa si sapeva, e cioè che date le condizioni in cui vivevano, molti si sarebbero ammalati e avrebbero avuto bisogno di cure sanitarie continuative. Solo i medici volontari che fanno capo ai Medécins sans frontières e all'Emergency di Gino Strada si sono occupati di ciò. Ne avevano parlato l'anno scorso nel dibattito appunto del filmato di sensibilizzazione del caso. Vorrei far presente che una delle paure di questi braccianti impoveriti, soprattutto durante la discussione sulla legge sulla sicurezza (la 94/2009) era che i medici li potevano denunciare alle forze dell'ordine in quanti privi di documenti o con documenti a lungo in attesa del rilascio di cui l'appello del Msf, delle associazioni di settore per fare cancellare il discusso articolo sulla clandestinità e la salute.
Un altra cosa da notare è che questa situazione è anche degenerata dalla ribellione della gente che non vuole più essere trattata come schiava, soggiogata al potere del mafioso e al comandante proprietario di terreni. Lo scrittore Mnagano Antonello, presente nei luoghi della battaglia in questi giorni tra gli immigrati imbestialiti e rosarnesi inferociti racconta che la polizia è dovuta intervenire più volte per aiutare gli immigrati sui quali venivano sparati dei proiettili di gomma. Poi c'è stato l'epilogo finale che è "la caccia al nero". Oltre gli arresti, tanti africani e solo tre italiani rosarnesi di cui la convalida di arresto oggi, vi sono parecchi contusi e feriti e qualcuno anche grave. Poi ci sono i deportati nei centri di detenzione permanente (180 giorni) e i diversi dispersi nella piana di Gioia Tauro e nelle zone limitrofe di Oppido-Palmi. Io non sono ancora in grado di sapere il perché per tutto questo tempo c'è stato un lungo silenzio dei politici, degli amministratori locali e anche dei sindacati che hanno la piena titolarità nella tutela dei lavoratori. Ho l'impressione che si fa in fretta ad entrare in azione con le ruspe per demolire le baracche e i rifugi di fortuna di questi cittadini trattati da animali per rimuovere ogni responsabilità sia oggettiva che soggettiva. Senza un' analisi seria ed approfondita di quello che è accaduto, altre rivolte potrebbero scoppiare in altre zone di Italia dove purtroppo situazioni come quella di Rosarno esistono già da tempo.
Adieu dunque Rosarno! Adieu con tristi ricordi e con pochi oggetti essenziali trasportati nelle stesse valige di cartone del giorno di partenza dalle coste africane. Adieu ai tuoi vecchi e ai tuoi uomini spesso in piedi nelle piazze a chiacchierare allegramente mentre le braccia sudano sotto le piante di arance a cogliere il raccoglibile. Adieu alle notti insonne in attesa dell'arrivo del caporale e del suo vigilantes. Adieu alle tue strade piene di buche dove ogni alba si sale sui furgoni sgangherati alla volta delle sperdute campagne. Adieu ai canti di cuore, compagni della solitudine sfinita e desolata delle ore di punta nei campi.
Adieu ai sogni infranti ,appesi ai pochi muri rimasti delle baracche di fortuna.
Adieu alla tua gente sempre guardinga, razzista e sospettosa dei movimenti e dei passi di un semplice uomo- bracciante.
Adieu alla tua gente dallo sguardo dolce e accogliente sempre in attesa che il Gallo della speranza canti ancora la canzone della Gioia di Vivere nella Piana di Gioia Tauro.
Adieu!!

Verona, 12 gennaio 2010

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